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  • 08set

    Organizzo corsi Haccp di 8 ore per candidati in cerca di lavoro e dipendenti.
    Al termine della lezione rilascio attestato valido ai sensi del Reg. CE 852/04 firmato e validato in qualità di Biologo iscritto all’Albo Professionale di riferimento.

    Effettuo i corsi anche presso la sede dell’azienda richiedente.

    Contattatemi senza impegno per un preventivo.
    dott.poggi@gmail.com
    347.5424105

    Diffidate dei corsi on line, dovete anche imparare qualcosa e non solo avere in mano un pezzo di carta…

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  • 08set

    “Mi hanno detto che per lavorare nel campo alimentare ci vuole l’Haccp. Cos’è?”.
    “Ho chiesto un po’ in giro quante ore devo fare ed ogni quanto va rinnovato ma ognuno mi ha detto una cosa diversa…”.
    “Al posto del libretto sanitario hanno messo un corso. Lei ne sa qualcosa? Sembra si chiami HCCP o HCP o qualcosa del genere”.
    “Non bastano 100 ore di corso per poter avere la licenza adesso ci va anche questo CP. E’ un’altra cosa giusto?”

    Queste sono alcune delle domande che mi vengono rivolte ogni giorno riguardo il “famigerato” corso Haccp.
    Cercherò di fare chiarezza sull’argomento anche se non è facile perchè la cosa è piuttosto complessa.

    Un po’ di storia.
    C’era una volta il libretto sanitario… Il medico che lo rilasciava avrebbe dovuto accertarsi del vostro stato di salute e spiegarvi cosa fare per prevenire le contaminazioni dei cibi; in pratica fare formazione.
    Un bel giorno arriva il Decreto Legislativo 155 del 1997. Uno dei punti fermi di questo decreto è che spetta al titolare occuparsi dell’igiene dei propri addetti e della loro formazione.
    A questo punto, confortate dal fatto che la responsabilità era stata spostata sugli operatori del settore alimentare e dal fatto che, statisticamente, non si era mai accertata l’efficacia del libretto, alcune regioni italiane l’aboliscono.
    Quindi non è vero che il corso Haccp ha sostituito libretto sanitario, è invece corretto dire che che quest’ultimo non è più necessario in quanto le aziende sono obbligate a far fare loro la formazione ai dipendenti. Per questo motivo è stato abolito.

    Quante ore devono fare gli addetti?
    Il motivo per cui c’è molta confusione è perchè ogni Regione Italiana ha legiferato in modo diverso a riguardo. Alcune come la Valle d’Aosta richiedono obbligatoriamente 4 o 8 ore a seconda del tipo di attività che si andrà a fare, altre come la Toscana 12 ore ed altre ancora tra cui il Piemonte e la Lombardia non si sono espresse.
    Ad onor del vero la Lombardia aveva inizialmente fissato 4 ore per poi fare marcia indietro nel 2009, abrogando il decreto ed allineandosi al Piemonte.
    Se guardiamo la stretta logica sia il Piemonte che la Lombardia hanno ragione; spetta al titolare dell’attività valutare, in base ai suoi rischi, quanto il suo personale debba essere formato e su cosa.
    Il problema è che se in Italia non dai scadenze certe da scriversi sul calendario, nessuna fa niente!

    Sto cercando lavoro nell’ambito alimentare in Piemonte cosa devo devo fare?
    Sempre più aziende, probabilmente per l’incertezza del mecato e le assunzioni per brevi periodi del personale, non vogliono più caricarsi dell’onere della formazione e chiedono all’assunzione l’”Attestato” Haccp. Il problema, in Piemonte dove non ci sono in tal senso delle indicazioni regionali, è che dovrebbero specificare anche quante ore di lezione devono aver fatto i candidati, gli argomenti ed il limite temporale di accettazione (massimo vecchio di uno, di due anni ecc…). Questo in base a quanto scritto nella procedura di formazione del personale del loro specifico manuale di autocontrollo. Naturalmente non lo fanno e lasciano nell’indecisione i candidati che chiedono in giro e su dieci domande ottengono dieci risposte diverse.
    Se a ciò aggiungiamo il fatto che il 90% delle picole attività (rivendite, ristoratori ecc…) non sanno neanche che devono far formare i dipendenti, gli stessi candidati possono trovare facilmente posto in un ristorante o negozio senza aver mai fatto nessun corso.
    Io ritengo che un corso di 8 ore, che tratta tutti gli argomenti igienico sanitari generici e non più vecchio di due anni possa andar bene un po’ per tutte le attività piemontesi.

    Lavoro per un’azienda alimentare ma non ho mai fatto nessun corso, cosa rischio?
    Tu niente, il titolare dell’azienda, invece, pesanti sanzioni.

    Ho già l’attestato Haccp ma l’azienda in cui lavoro mi vuol far fare un altro corso, sono obbligato a farlo?
    Assolutamente Si.

    Ho bisogno di fare il corso a chi devo rivolgermi?
    A figure professionali con le competenze per farlo. Ad esempio Biologi iscritti all’Albo come me.
    Infatti anche io organizzo corsi Haccp di 8 ore per candidati in cerca di lavoro e per dipendenti (in questo caso anche presso la sede dell’azienda richiedente).
    Contattatemi senza impegno per un preventivo !
    dott.poggi@gmail.com
    347.5424105

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  • 06feb

    E’ recente una sanzione ad un agricoltore in un mercato di Torino per vendita di buste di minestrone.

    Viene contestata la non conformità alla legge sull’etichettatura (Legge 109 del 1992); in pratica viene detto che non si possono vendere alimenti confezionati senza indicare sulla confezione le informazioni obbligatorie al consumatore (Ingredienti, lotto, scadenza, denominazione di vendita, peso, stabilimento di produzione, responsabile della messa in commercio ecc…).

    La sanzione erogata è stata di circa 3166 euro.

    Il vero problema è che, anche se ci fosse stata una etichetta conforme alle norme di legge, l’agricoltore è comunque sanzionabile se la produzione del minestrone avviene in locali non conformi e registrati in base al Reg. CE 852 del 2004.

    In questo caso si applica la sanzione prevista dall’articolo 6 punto 3 del DL 193 del 2007 che va da 1500 a 9000 euro. Il funzionario contesterà subito la violazione con sanzione pari a 3000 euro (il doppio del minimo od un terzo del massimo).

    Come vedete, sia nell’uno che nell’altro caso il prezzo da pagare è pressocché identico. 

    Cosa fare per essere in regola?

    Il metodo più sicuro è quello di farsi autorizzare dei locali di produzione conformi al regolamento CE 852/04. Devono avere ad esempio pavimenti e pareti lavabili fino ad una altezza congrua (per convenzione i funzionari usano considerare congrui 2 metri), lavabo per le verdure e le mani dei dipendenti, servizi igienici ecc…

    La produzione del minestrone avverrà in quei locali ed ogni pacchetto dovrà essere etichettato a norma di legge. In questo modo nessuno potrà contestarvi alcunché. Naturalmente dovrete aggiornare il vostro manuale di autocontrollo per includere quella preparazione.

    In alternativa occorre preparare il minestrone su di un tagliere al mercato su richiesta esplicita del cliente avvisandolo che il preparato non è pronto all’uso e va lavato. In questo caso, naturalmente, le verdure richieste nel minestrone sono indicate dal cliente, vanno pesate e non vi devono essere buste già pronte sul banchetto.

    Secondo il mio parere, nel caso sopra descritto l’attività che si fa non è di vera e propria produzione ma è connessa alla vendita e quindi a norma di legge.

    E’, comunque, un mio parere, bisogna vedere se il funzionario di turno lo condivide.

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  • 21set

    Nuovo caso di studio a Torino; questa volta decisamente più serio e grave delle “mozzarelle blu” innocue.

    Intossicazione da cozze, che conta, ad oggi, una sessantina di ammalati, ma che sta iniziando ad interessare anche altre parti d’Italia con continue segnalazione di persone corse al pronto soccorso.

    I sintomi sono i classici gastrointestinali: diarrea, vomito, dolori addominali.

    Cosa può provocare questi sintomi ?

    I tipi di contaminazioni negli alimenti sono 3: fisica, chimica, microbiologica.

    Escludiamo, naturalmente, la fisica e concentriamoci sulle altre 2.

    La microbiologica quadra perfettamente con i sintomi; sia batteri (salmonella ad esempio) che virus (epatite A) hanno sintomi simili. Il problema è che tutti questi non sopravviviono alla cottura ed anche se fossero trovati alle analisi è da escludere che siano loro. L’unica possibilità in tal senso è l’enterotossina staffilococcica, termostabile.

    Questo però limiterebbe la contaminazione a pochi lotti in quanto difficilmente lo staffilococco si è posizionato e concentrato sulla cozza all’origine, nel mare. L’alta concentrazione salina gli avrebbe limitato la crescita. Dalla raccolta in poi le basse temperature avrebbero impedito la formazione di tossina (che si produce dai 12°C in su).

    Quindi una sua eventuale presenza in grandi quantità sarebbe limitata a poche partite conservate male e ad alte temperature; in questo caso la diffusione sembra sia tutt’altro che limitata. Quindi ritengo fattibile ma poco probabile l’ipotesi.

    Passiamo alle contaminazioni chimiche: metalli pesanti in primis, ma dovrebbero avere una concentrazione talmente alta da dare sintomi di tossicità immediata che tendo ad escludere.

    Passiamo alle tossine algali. Quella più in linea coi sintomi è la DSP che si sta diffondendo in Italia, soprattuto nella zona di Trieste.

    Periodo di incubazione breve, termostabilità e sintomi in linea. Ritengo sia in assoluto la più probabile.

    Per fortuna tra le tre tossine algali conosciute (le altre sono PSP e ASP) è l’unica che non conta, ad oggi, casi mortali.

    Riassumendo dal più probabile al meno: DSP, enterotossine staffilococciche, metalli pesanti.

    Cosa rischia chi ha prodotto le cozze ? Tanto, sicuramente denuncia penale e condanna se supportata da prove concrete.

    Cosa rischia chi l’ha vendute?  Un po’ di meno, sicuramente denuncia penale e condanna se non dimostra di avere adeguatamente selezionato il suo fornitore e qui su cosa significa adeguato ci sarà battaglia legale.

    A mio parere per i piccoli sarà sufficiente estrarre varie dichiarazioni cartacee del fornitore, ma se i grandi non hanno nel proprio piano di campionamento una analisi per il rischio relativo a quel problema per loro la vedo dura in sede giudiziaria…

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  • 28lug

    … rileggetevi l’articolo “Sorpresa ! Anche le mozzarelle Italiane possono diventare blu ?” del 9 Luglio.
    Poi andate qua.

    Dopo la mozzarella blu ora spunta la ricotta rossa in Sardegna ! Il Messaggero

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=112613&sez=HOME_INITALIA

    Ho azzeccato il rosso… (ora arriveranno altre segnalazioni su questo colore perchè è di gran lunga il più frequente, anche del blu), non il prodotto però…
    Il prossimo colore qual sarà ?
    Ci provo con il fluorescente tra due settimane.
    Vediamo un po’… sullo stracchino.
    D’altronde pseudomonas fluorescens da dove pensate abbia preso il suo nome?

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  • 23lug

    Iniziamo un tema estremamente delicato e dibattuto: la sicurezza degli alimenti che mangiamo.
    Mi piacerebbe trattarlo senza affermazioni scontate o politicamente corrette e vi posso assicurare che, nel momento in cui scrivo queste prime righe dell’articolo, non ho ancora la più pallida idea di come lo finirò.
    Nell’ambito di una lezione di igiene degli alimenti, ho incontrato uno dei miei 5 lettori che ha riletto la seguente mia affermazione riguardo l’azienda tedesca Milchwerk Jager Gmbh & Co: “La ditta implicata è certificata BRC ed IFS, c’è da chiedersi se la sicurezza alimentare vera non passi da altre strade…”
    La sua domanda è stata: “Da che strada passa allora la Sicurezza Alimentare”? Mi sono preso una decina d’anni di tempo per rispondergli adeguatamente.

    Ormai vi sono numerosi casi all’anno di quelli che chiamano scandali alimentari, ma basta guardare tutte le segnalazioni dell’allerta rapido europeo per capire che gli scandali che conosciamo molto spesso non sono nient’altro che la punta di un iceberg.
    Nella sezione link troverete un collegamento alla pagina delle segnalazioni, seguitelo e la prima cosa che vi salterà all’occhio è lo sterminio di allerta rispetto a quanti ne giungono alle nostre orecchie.
    Va detto, comunque, che molti di questi allerta non sono realmente pericolosi per la salute, in quanto rilevano la presenza di generiche cariche batteriche o di coliformi totali o di altri microrganismi non dannosi per la salute umana.
    Però va anche detto che le segnalazioni che leggete sono, a loro volta, la punta di un ulteriore iceberg enorme: quello composto da tutti i consumatori che hanno trovato nei loro piatti cibi alterati e non hanno protestato, oppure (iceberg ancora più enorme) che hanno mangiato cibi dannosi senza accorgersene.
    Se mangio aflatossine mica me ne accorgo, così come se mangio salmonelle in bassa quantità.
    Il primo caso, badate bene, è molto più grave del secondo. Una volta che le salmonelle sono passate non mi rimane nessuno strascico, mentre di tumori da aflatossina posso morire tra 20 anni.
    Secondo me è quest’ultimo l’iceberg che bisogna demolire. Non ho idea se vi siano studi statistici che dicano quale è la percentuale di cibi contaminati che viene rilevata dalle analisi, ma non mi stupirei che fosse anche meno del 1 %.
    Ad oggi, nel mese di luglio, ci sono state 379 notifiche. Da qui a fine mese probabilmente si arriva a 400.
    Gli estivi sono i mesi peggiori; ammettiamo una media mensile di 300 segnalazioni, che fa 3600 all’anno.
    Fate voi il resto dei calcoli. Di fatto è una enormità.
    Potenzialmente possono girare ogni anno 360.000 lotti di prodotti dannosi. Se pensiamo che ogni lotto potrebbe essere composto anche da migliaia di kg di prodotto non ne usciamo più.
    Come riduciamo il rischio?
    La linea dell’Unione Europea è l’Haccp.
    Metodo estremamente utile ed efficace.
    Questo lo dico con convinzione; l’Haccp è efficace per ridurre ai minimi termini il rischio, ma deve essere applicato correttamente per poter ottenere tutti i suoi benefici.
    E qui casca l’asino, nella sua applicazione.
    Di fatto, quindi, abbiamo già trovato uno strumento efficace. Ma uno strumento non fa l’orchestra…
    Un’ultima considerazione e finisco il preambolo (cribbio è solo un preambolo?).
    Quali sono le aziende che immettono sul mercato cibi potenzialmente pericolosi?
    Io le distinguerei in tre tipologie: le criminali, le pressapochiste del “tanto sono tutte stupidaggini” e quelle che hanno semplicemente commeso un errore.
    Secondo me è sbagliato metterle tutte sullo stesso piano, persino nell’assassinio ci sono scale di gravità.
    Ho finito il preambolo, ora veniamo con le proposte. Le dividerò in fondamentali, importanti ed utili.
    Mi piacerebbe che ognuno di voi aggiungesse qualcosa di suo, spostando magari ogni proposta da una sezione ad un’altra, oppure aggiungendone di nuove od ancora togliendone qualcuna.
    Il risultato finale vorrei che fosse un insieme di azioni concrete che, se applicate, potrebbero spingerci un po’ più avanti nella lunga strada della sicurezza alimentare.
    Troverete le mie proposte nella sezione link. Se volete aggiungerle, modificarle, toglierle o commentarle è sufficiente che aggiungiate un commento a questo articolo.
    Nell’ambito della discussione che si genererà andrò a modificare man mano il progetto.
    A presto

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  • 19lug

    Uno degli aspetti critici nell’esposizione dei piatti al cliente è la temperatura del luogo di esposizione.
    Igiene degli alimenti e appagamento della vista del cliente vengono proprio a cozzare nei buffet (a libero serrvizio o a servizio assistito) in cui i cibi sono esposti. Almeno così sembrerebbe …
    Se andiamo ad esaminare a fondo il problema si nota che, in realtà, è proprio in occasioni come queste che una buona procedura può salvare capra (la salubrità dei cibi) e cavoli (l’occhio del cliente).
    I problemi di ordine igienico sono essenzialmente due:

    i cibi potrebbero essere contaminati dai clienti durante l’autoservizio
    i cibi sostano a lungo a temperatura ambiente

    Entrambi i punti non sono assolutamente da sottovalutare e vanno studiati con attenzione.
    Iniziamo ad usare teche chiuse in alto e nella parte alta del lato frontale, in modo che proteggano i cibi esposti dalle contaminazioni “umane”.
    Mettiamo a disposizione degli oggetti di presa idonei (cucchiaini, stuzzicadenti, tovaglioli…) in modo che sia agevole per il cliente servirsi dei cibi esposti e non debba stare tanto tempo a pacioccare con il nostro prodotto.
    Con questi due accorgimenti riduciamo notevolmente il rischio. Questo, naturalmente, se siamo intenzionati a dire al cliente di servirsi da solo.
    Altrimenti il minore rischio lo si ha facendo manipolare gli stuzzichini dal proprio personale.

    Discorso più delicato è, invece, quello della temperatura.
    Di certo il miglior metodo di lavoro possibile è quello di esporre gli stuzzichini deperibili (non le patatine o le arachidi, per intenderci, ma le tartine con salse varie o i formaggi freschi) in vetrine refrigerate.
    Questa soluzione non è, però, da tutti praticabile.

    Dobbiamo, allora, lavorare di procedure.
    Se noi esponiamo a temperatura ambiente i cibi e li ritiriamo per mangiarceli noi o gettarli dopo un tempo congruo riduciamo il rischio

    A questo punto dobbiamo decidere due cose:
    Quale può essere il tempo congruo?
    Come dimostriamo all’Asl che ritiriamo effettivamente dopo quel tempo?

    Per quanto riguarda la prima domanda ci sono in ballo non solo questioni igienico sanitarie, ma anche tecnologiche, economiche e, non ultime, morali.
    Partiamo dalle igieniche.
    I cibi devono assolutamente essere tenuti in frigorifero fino a poco prima dell’esposizione, a questo punto ritengo che possano restare al “caldo” per non più di un’ora (anche se qualche Asl dice 30 minuti, ma ritengo che sia eccessivo…).
    Organoletticamente i cibi reggono ? Sono ancora buoni ? Allora provate ad usare un’ora nelle vostre procedure fino a che qualcuno non ve lo contesta.

    Ora bisogna dimostrare che lo si è fatto…
    Qui sono dolori, perchè se ogni volta che faccio un cambio nell’esposizione devo anche registrare che l’ho fatto mi carico di un lavoro poco utile.
    Provate a vedere se questa registrazione può essere effettuata nel contesto delle schede che già avete o se potete cumulare più registrazioni in una, oppure ancora se potete avere metodi anche poco ortodossi per dimostrarlo (sarebbe veramente curioso ad esempio proporre l’uso, in tal senso, di telecamere di sorveglianza e vedere come reagisce l’organo di controllo…).
    In pratica per la dimostrazione o vi caricate di tante schede e buona volontà o cercate scorciatoie sensate e realistiche da proporre e qui ogni locale è diverso dall’altro…

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  • 13lug

    La croce di qualunque piccola attività è quella di dover registrare i controlli che effettua in ambito Haccp.

    Innanzitutto due parole sul perchè di queste registrazioni.
    In ambito di autocontrollo l’azienda deve essere in grado di dimostrare, in qualunque momento, che si è comportata come è descritto nel manuale e l’unico modo che ha per farlo è compilare delle autodichiarazioni in tal senso.
    Queste hanno valore legale e se un titolare firma un foglio in cui c’è scritto che, ad esempio, la temperatura del suo frigorifero era il giorno tale a 4 °C non c’è nessuno che possa contestarglielo.
    Attenzione però, avendo valore legale, se l’autorità riesce a dimostrare che si è scritto il falso si incorre in un reato penale.
    Vi è poi un secondo evento per cui le registrazioni diventano indispensabili: se un vostro cliente subisce danno dal cibo somministrato o se una analisi dimostra la presenza di microrganismi patogeni sul cibo in vendita.
    In questo caso avere un buon piano con tutte le registrazioni compilate diligentemente fa comprendere al giudice la vostra buona fede ed in questo modo gli dimostrate che voi avete fatto tutto il possibile per evitare il problema. Questo sarà un punto a vostro favore nel dibattimento.

    Appurato che compilare sempre e correttamente le schede è da fare, come ci si può comportare per ridurre il vostro supplizio?
    Elementare, basta avere delle schede semplici e veloci da compilare.
    Non complicatevi la vita con registri e contro registri, nella maggior parte dei casi è sufficiente una unica scheda ben disposta che si compila in meno di due minuti al giorno.

    Ma non vi sono registri obbligatori per legge?
    No, obbligatorio è il manuale con tutte le sue procedure. E’ sufficiente che motiviate le scelte delle vostre schede per convincere la maggior parte dei funzionari, alla cui discrezione è deputata la decisione di cosa è necessario.
    Se poi non piace il fatto che voi non registriate alcuni controlli vi verrà prescritto di adeguare il manuale in tal senso, ma non vi potrà essere comminata alcuna sanzione.

    Per questo motivo i manuali devono essere calzati sulla singola attività, anche per farvi perdere meno tempo possibile, in seguito, nella compilazione delle schede.
    Solo vedendo l’attività si può decidere cosa escludere e cosa tenere.

    Diffidate di chi vi vuol vendere qualcosa senza neanche vedere i vostri locali o senza intervistarvi per capire i vostri punti forti o deboli.
    Come può fare qualcosa di adeguato?

    Diffidate anche di chi vi offre attestati di frequenza a corsi Haccp senza neanche averveli fatti, fidandosi del fatto che gli assicuriate di aver seguito le lezioni on line o su cd.
    E’ come comprarsi la patente…

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  • 09lug

    Come avevo affermato nel precedente post, la vicenda mozzarelle blu ha avuto il can can mediatico per affermare due concetti politici: il cibo italiano è meglio e la merce nei discount è pericolosa.
    Sottolineavo politici ed infatti…

    Notifica di allerta rapido del 6 Luglio 2010 numero 902.
    Caratteristiche organolettiche alterate (colore blu) da mozzarella di provenienza Italiana.
    Paese notificatore Italia.

    Anche le mozzarelle italiane possono diventare blu. L’origine del latte non c’entra, anche se magari si cercherà di dimostrare che questa era stata fatta con latte estero.
    Non solo. Il blu non è l’unico colore che possono assumere le mozzarelle.
    Vedrete che a breve ne spuntarà qualcuna rossa. E se non sarà la mozzarella sarà qualche altro formaggio fresco come stracchino o primo sale.
    E poi, giallo, verde, violetto, fuxia e pure fluorescente. Questi sono i colori dei formaggi freschi quando c’è una contaminazione.
    Non è detto che siano nocivi ma è meglio non mangiarli perchè il difetto di colore potrebbe essere indice di una contaminazione diffusa.
    Comunque vedrete che questo caso “Italiano” non avrà ripercussioni perchè non servirà ad affermare concetti politici.
    Lo stesso Ministero della Sanità dovrebbe utilizzare misure identiche a quelle del passato trascorso, quindi pubblicazione del produttore e marche commerciali… Vedremo

    Ma un’altra notifica è molto più grave:
    Notifica di allerta rapido del 6 Luglio 2010 numero 897.
    Bacillus Cereus (microrganismo patogeno) 27XE6 (cioè 27 milioni) di colonie per grammo di prodotto in ricotta Italiana.
    Paese notificatore Italia.

    Il Cereus è un patogeno sporigeno.
    Le sue spore resistono a temperature prossime ai 120 °C e quindi può essere presente in prodotti che hanno subito una “cottura” a temperature inferiori. La ricotta raggiunge a malapena i 90 °C.
    Calore sufficiente ad uccidere tutti i patogeni non sporigeni ma non, appunto, le spore del cereus.
    La quantità riscontrata nella ricotta incriminata è piuttosto alta e, quindi, in grado di fare male.
    Allarme?
    Non credo, presumo che il prodotto sia ormai scaduto da un pezzo (se la ricotta era fresca e non sterilizzata) e che l’azienda sia ormai corsa ai ripari per le produzioni attualmente in commercio.
    In questo secondo caso, nonostante la gravità maggiore rispetto alle più coreografiche mozzarelle blu, non ritengo invece necessario la pubblicazione del nome e marca del produttore. Infatti se la ricotta fosse già scaduta questo annuncio non sarebbe di nessun aiuto ai consumatori (non c’è più nulla da ritirare) e sottoporrebbe ad una gogna mediatica un produttore che potrebbe aver commesso solo un errore.
    Nessuno è infallibile ed è inutile che le associazioni dei consumatori aspirino ad un mondo ideale dove ogni cibo che circola sia sicuro. Sappiamo benissimo che, allo stato attuale delle cose, il rischio zero non può esistere.
    Ma, mi domanderete voi: e se invece questo produttore è un farabutto che ignora anche le più basilari norme igieniche?
    Ci penseranno l’Asl ed i Nas che avranno visitato l’azienda dopo la segnalazione europea.
    Se così fosse lo stabilimento va chiuso e, a quel punto, segnalate tutte le marche commerciali per avvisare i consumatori.
    Sono troppo permissivo?
    Io credo invece che la sicurezza alimentare passi proprio da questa strada.
    Secondo me occorre che i produttori abbiano meno paura ad ammettere i propri errori ritirando dal mercato, che i consumatori non penalizzino chi ritira volontariamente e che gli organi di controllo bastonino pesantemente chi fa il furbo e non rispetta la legge.
    Oggi invece i consumatori, se una marca ritira, non solo non comprano più quella marca, ma addirittura riducono i consumi della stessa tipologia di cibo.
    I giornalisti pompano la notizia, i politici la usano per dimostrare teorie, appunto, politiche e le aziende corrette hanno paura.
    Quelle non corrette, invece, vanno avanti nella speranza di non essere beccate causa l’esiguità dei controlli.
    Come si cambiano le cose?
    Devono iniziare i consumatori, continuare i giornalisti e finire le aziende.
    E i politici?
    Da quelli, purtroppo, non possiamo aspettarci nessun aiuto…

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  • 24giu

    Faccio seguito al post di qualche giorno fa per alcune considerazioni “Accademiche” successive.

    Premetto naturalmente che tutto quello che verrà discusso sarà basato solo ed unicamente dalle comunicazioni di stampa o vari articoli apparsi sui giornali e, per questo motivo, le considerazioni che si trarranno potrebbero non avere alcuna attinenza con la realtà dei fatti.

    Iniziamo con il tam tam mediatico. Sembra ormai chiaro che questa ditta Tedesca è stata scelta come leva per affermare due concetti politici: il cibo italiano è meglio, la merce nei discount è pericolosa.

    Come detto ritengo questi due concetti puramente politici e, quindi, non farò alcun commento a riguardo.

    Partiamo con le considerazioni: sembra ormai assodato che la causa sia stata la pseudomonas, anche se non ne sarei ancora così sicuro. Questo perchè non so quali siano le cariche del batterio presenti nella mozzarella.

    Se ci fossero solo pochi esemplari non sarebbe poi così immediata la correlazione tra i due fatti, anzi, per eccesso, a volte anche cariche di qualche milione di esemplari di pseudomonas non scatenano alcuna pigmentazione anomala.

    Ai titolari dell’azienda tedesca direi di non tralasciare, per il momento, altre ipotesi. Questa tesi potrebbe essere avvalorata dal fatto che il titolare dell’Azienda dice che il problema è stato risolto da alcune settimane ed era, forse, dovuto a scavi nelle vicinanze che hanno contaminato la falda acquifera…

    Quest’ultima affermazione per me è un autogoal, primo perchè sembra che sempre più gente vada dai Nas con delle mozzarelle blu (si spera non dopo averle colorate) con scadenze non compatibili con la risolzione del problema; in secondo luogo perchè è un’ammissione da parte del titolare stesso che non pastorizzavano o trattavano in qualche modo l’acqua od il liquido di governo. Se si preleva da pozzo bisogna clorare o potabilizzare con altri sistemi l’acqua, inoltre è sempre bene trattare anche il liquido di governo. Questo accorgimento avrebbe ridotto il rischio di contaminazioni microbiologiche da acqua.

    Ultima considerazione sull’Azienda Tedesca: perchè sul sito internet della stessa non c’è alcun comunicato o riferimento all’accaduto ?

    Ci dovrebbe, invece, essere un bel messaggio a caratteri cubitali con marche e lotti da ritirare.

    Passiamo dall’altra parte; gli organi di controllo.

    Perchè sequestrano tutto ciò che gli capita e non solo i lotti segnalati come inquinati ? Ho visto un’isteria di questo genere anche nel caso dell’ITX e non mi risulta che, a distanza di anni, ci sia stata qualche condanna.

    Perchè in questo caso hanno prontamente dato nomi e marche di prodotti da non acquistare e non anche i lotti coinvolti come dovrebbe essere fatto? Forse è perchè siamo di fronte ad una ditta straniera e quindi ad essere messo in gioco c’è qualcosa di più che la sicurezza alimentare ?

    Cerchiamo di ragionare a mente fredda e pensiamoci un attimo: come avrebbe dovuto svolgersi in un sistema ideale questo problema?

    La ditta si accorge che alcune mozzarelle diventano blu (lo stesso titolare sembra che abbia ammesso che si erano già accorti della cosa e che ora è tutto a posto).

    La ditta ritira dal mercato i lotti che diventano blu comunicandolo a tutti i clienti ed evidenziandolo sul suo sito internet e su quello di tutti i discount suoi clienti (naturalmente neanche questi hanno evidenziato la cosa sul sito, anzi Eurospin troneggia con la frase “La catena di distribuzione alimentare più economica d’Italia”)

    Tutte le mozzarelle inquisite se ne tornano buone buone a casa e vengono distrutte

    Nel frattempo, con l’analisi delle cause, la ditta scopre che è lo pseudomonas e che è entrato nell’acqua causa cantiere.

    La ditta prevede una azione correttiva (pastorizzazione liquido governo od altro) e valuta la sua efficacia ricorrendo ad analisi o stess termici.

    La ditta comunica che ora è tutto a posto e che dalla scadenza e lotto tale le mozzarelle non diventano più blu.

    In questo modo si sarebbe evitato tutto il casino che stiamo vivendo, anche perchè le autorità italiane allertate nell’ambito dell’autocontrollo della ditta e rassicurate dalla stessa che ora è tutto a posto non avrebbero potuto far altro che prenderne atto. Se avessero sequestrato dei lotti che erano dichiarati sicuri l’avrebbero fatto senza motivo e si sarebbero esposti a denunce con richiesta di risarcimenti milionari.

    Perchè tutto questo non è successo ? Cattivoni i Tedeschi? O esagerati noi Italiani?

    Pensiamoci un attimo, alla luce di quello che sta succedendo.

    Se voi foste il titolare della ditta cosa avreste fatto, avreste operato il ritiro esponendovi ad un sicuro tracollo economico o ci avreste provato esponendovi ad un possibile tracollo economico?

    Se noi Italiani riuscissimo a comprendere che il ritiro dal mercato deve far parte del sistema alimentare e deve essere visto come una logica conseguenza di un errore, le cose sarebbero diverse ed oggi quelle mozzarelle sarebbero già distrutte insieme a tanti altri alimenti magari molto più pericolosi che invece ci siamo mangiati perchè le aziende produttrici hanno deciso di rischiare e l’hanno fatta franca.

    Lancio un appello controcorrente. Italiani, se qualcuno ritira un suo prodotto dal mercato volontariamente (e non obbligato dalle autorità) compriamo da lui perchè è serio. Cambiamo questo sistema, è da qui che parte la sicurezza sulle nostre tavole!

    Finisco con una perla giornalistica (una tra le tante a riguardo) da Il salvagente: “I formaggi freschi sono stati contaminati da un batterio, lo pseudoomonas fluorescens, non pericoloso ma comunque tossico”…

    Se è tossico è pericoloso, se non è pericoloso non può essere tossico…

    Signori giornalisti se lasciavate solo non pericolso forse creavate poco allarmismo?

    Vi do un suggerimento, la frase corretta potrebbe essere questa: “…non pericoloso, ma la sua presenza nel prodotto potrebbe essere indice di una contaminazione più vasta e non ben identificata. Potrebbero, quindi, esserci anche batteri nocivi all’interno”.

    Attendo repliche

    Ultimissima cosa, lo giuro. La ditta implicata è certificata BRC ed IFS, c’è da chiedersi se la sicurezza alimentare vera non passi da altre strade…

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